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Ci sono quadri dedicati a temi religiosi, altri che trattano di personaggi più o meno famosi, poi ve ne sono altri ancora che rappresentano, come fossero fotografie, scene e particolari di un momento di vita quotidiana da cui si possono trarre interessanti informazioni.

Un pittore che si occupava di temi popolari era indubbiamente Pieter Bruegel il Vecchio (1525 ca.-1569).

Vi propongo tre dipinti in cui, facendo attenzione ai dettagli, si possono notare avvenimenti caratteristici del XVI secolo.

 

 

Il banchetto nuziale (1567):

da evidenziare che in una famiglia contadina del ‘500, nel matrimonio venivano invitate non più di una ventina di persone, per cui, se guardiamo la parte sinistra del quadro, notiamo diverse figure che sbirciano l’evento, evento semplice, popolare. Musicisti, vino, scodelle di polenta e pasticcio d’avena allietano gli sposi e i banchettanti.

 

 

Cacciatori nella neve (1565):

rappresenta il mese di dicembre, freddo, innevato. Il quadro, a mio avviso, risalta per l’atmosfera di silenzio che invade la natura, quella natura che domina il Brabante di Bruegel, oggi provincia dei Paesi Bassi. Nello sfondo, le montagne del sud. Il dipinto è movimentato dagli uccelli in volo.

 

  

Danza dei contadini (1568):

questo vivacissimo quadro rappresenta un momento di diversione popolare. Gente che beve, suonatori di cornamusa, contadini che si baciano, persone che ballano, altri che corrono, insomma una fotografia di una festa di paese, paese caratterizzato, oltre che da case, anche dalla chiesa che chiude il fondo. Da notare gli abiti dell’epoca.

 

Rino, banchettando.

Ognuno di noi quando viaggia si porta dietro una serie di oggetti per la cura personale, prepara gli indumenti, scarpe, vestiti, magliette, inoltre un buon profumo, spazzolino da denti, dentifricio, qualche medicina, insomma ciò che usualmente adopera durante il quotidiano vivere.

Stessa cosa facevano i nostri avi, per lo meno coloro i quali viaggiavano con una certa frequenza.

Stamani sono andato a sbirciare, a indagare, a curiosare le suppellettili di Filippo II (1527-1598 ) di Spagna, figlio di Carlo V e di Elisabetta del Portogallo.

Era il marzo 1564, di ritorno da Barcellona, dove era andato a ricevere i nipotini Rodolfo ed Ernesto d’Asburgo - figli di sua sorella Maria -, il re aveva fatto scaricare ben 17 muli, muli che trasportavano gli oggetti personali dal quale raramente si separava:

 

- collezioni di reliquie provenienti da paesi lontani;

- monete, medaglie, pietre preziose, spartiti musicali;

- un organo portatile;

- libri;

- spazzolini da denti di avorio intarsiato con l’oro e relative custodie;

- ciotole per dentifricio in polvere o in pasta;

- spazzole per pulire capelli, unghie, lingua;

- forbicine di vario tipo;

- spugnette;

- un bel calice d’argento per i purganti;

- una cassetta contenente le sue medicine, fiale di corno di rinoceronte, corallo, ambra;

- un orinale in vetro di Murano.

 

Sicuramente mi sarà sfuggito qualcosa, ma la piccola lista oltre a orientarci sulle usanze di un re, ci fa riflettere che, alla fine, anche lui era un essere umano con i suoi bisogni, le sue necessità, le sue debolezze.

 

Rino, sbirciando.

 

 

Maggiori informazioni su Filippo II in: G. Armato, Passeggiando per la storia.

Vi sono oggetti che hanno una loro epopea, una loro leggenda, una loro vita, fanno parte di avvenimenti che hanno caratterizzato determinate epoche, contrassegnando quella parte della storia che pochi studiano, perché ritenuta di scarso valore, eppure, se visti sotto un diverso angolo, hanno un pregio inestimabile nella comprensione di un insieme.

A partire del XVI secolo – siamo durante il regno di Filippo II -, dopo la scoperta dell’America, le navi spagnole provenienti dal Nuovo Mondo ritornavano nella madrepatria cariche di oro e preziosità. Tali oggetti erano custoditi in bauli fissati al suolo nella santabarbara della nave, proprio al piede dell’albero maestro. Dette casse solitamente avevano tre chiavi, ciascuna posseduta da tre diverse persone: una la conservava un Colonnello, un’altra un Tenente colonnello e l’ultima era nelle mani di un depositario eletto dal Capitano del reggimento. Solo in presenza dei tre si poteva aprire il forziere.

Quello della foto, conservato nel Museo militare di Siviglia, è uno dei 5 famosi bauli costruiti in Germania, a Norimberga, centro della metallurgia europea del 1500. Era di metallo, di circa 40 cm. di larghezza, per 90 cm. di lunghezza e 60 cm. di altezza. La caratteristica era il complicato ed elaborato funzionamento che consisteva in nove chiusure. Inoltre, per aprirlo bisognava inserire le chiavi nella parte superiore del coperchio, in serrature nascoste dietro falsi chiodi o adorni.

 

Rino, scoprendo l’oro.

 

Ebbene, sissignori, confesso che sono curioso, forse troppo, mi piace indagare, soffermarmi su dettagli, scoprire particolari, analizzare un insieme, non posso farci nulla è più forte di me. E più ancora mi diletta ritornare su certi argomenti per approfondirli.

Proprio ieri ho ripreso in mano un libro di storia dell’arte, uno di quei libri riccamente illustrati e, aprendolo a caso, mi sono imbattuto in questo splendido dipinto di Jan Steen (1625-1679): Festa di San Nicola.

Conoscevamo Jan, pittore di quadri a sfondo storico, di lui avevamo analizzato il mese scorso la Gioiosa compagnia e La Lussuria.

 

 

La presente tela rappresenta, in una stanza in leggera penombra, un momento domestico nel giorno di San Nicola, 6 dicembre, in cui si distribuiscono i doni.

Ciò che a noi interessa è la storicità dell’evento, del quotidiano vivere olandese, è la storicità del 1600 che il quadro riflette.

Attento osservatore degli usi e costumi fiamminghi, Jan Steen ci descrive una tradizione tipica della sua terra, tradizione in cui si lodano i buoni bambini e si puniscono lievemente gli altri. Ecco quindi l’allegria di alcuni che ridono e scherzano, di altri che piangono e sono tristi, mentre gli adulti elargiscono doni e parole, il tutto in un ambiente leggermente disordinato e pieno di gente. Elegante il pavimento che adorna la casa. Il quadro ci appare movimentato, leggermente umoristico, pieno di particolari.

 

Rino, colmando gli occhi d’immagini.

Il XVI secolo fu anche un’epoca caratterizzata dalle lotte all’eresia, eresia personificata da Martin Lutero, che il 31 ottobre 1517 affisse sulla porta della cattedrale di Wittemberg le famose 95 tesi; personificata dagli anabattisti, che sostenevano, fra le altre cose, la necessità di ricevere un nuovo battesimo in età adulta, oltre a quello preso da piccoli; personificata da Melantone e da tanti altri. 

Carlo V – di cui abbiamo già trattato certi aspetti del suo governare (qua e qua) - era un convinto oppositore di costoro, era contro le nuove dottrine che in quegli anni stavano fermentando in tutto il nord Europa.

Tra i tanti pronunciamenti, nel 1540, ne emette uno in cui conferma la sua volontà a sradicarle anche tramite la pena capitale. Si legge:

 

Dal momento che noi, desiderando fare tutto ciò che è in nostro potere per estirpare, cancellare e recidere queste esecrande e dannate sette, false credenze ed eresie, allo scopo di difendere nei nostri sudditi il rispetto di Dio, la corretta osservanza della nostra santa fede cattolica e l’obbedienza nella santa madre chiesa, e avendo avuto piena adeguata deliberazione in consiglio, accettando il parere della nostra cara sorella [Maria], regina madre di Ungheria e Boemia, reggente e governatrice dei Paesi Bassi, come anche quella dei nostri più importanti consiglieri […], ordiniamo e stabiliamo in forma di editto e legge perpetua quanto segue. Primo: che nessuno, in dispregio del rango e della condizione sociale che occupa, possieda, venda, acquisti, porti, legga, predichi, insegni, approvi, comunichi o dibatta – sia in pubblico che in privato – dottrine, scritti o libri passati e futuri di Martin Lutero, John Wycliff, Jan Hus, Marsilio da Padova, Ecolampadio, Ulrich Zwingli, Filippo Melantone […] o di membri delle loro sette eretiche condannate dalla chiesa […] e anche altri libri e scritti stampati negli ultimi diciott’anni privi della segnalazione di autore, edizione, luogo e data della pubblicazione, e così anche il Nuovo Testamento, i Vangeli, le Epistole, i Libri dei profeti e altri materiali scritti in lingua francese o tedesca che contengano prefazioni, prologhi, addenda o glosse su dottrine condannate o respinte o in contrasto con la nostra santa fede cattolica, i sacramenti o i comandamenti di Dio e della chiesa. Ancora, nessuno faccia, disegni, possieda o entri in possesso di immagini o dipinti scandalosi della Vergine Maria, dei Santi canonizzati dalla chiesa, né si danneggi, rompa o metta in disordine immagini fatte in onore e memoria della stessa [...] sotto pena di morte e di confisca dei beni per nostro uso […]. Nessuno riceva nella sua casa o presti favori a un eretico o anabattista […] salvo per denunciarli al locale magistrato, sotto pena di essere lui stesso punito come eretico. […] E infine i nostri magistrati e funzionari che abbiano catturato i succitati eretici o anabattisti non dovranno tenerli nascosti insieme ai loro complici e spalleggiatori o punirli in misura inferiore a quanto meritino adducendo come scusa il fatto che le pene sono troppo severe o dure e imposte solo per incutere timore ai delinquenti […], sotto pena di perdere il loro rango e le loro funzioni, […]. 1.

 

Carlo V aveva anticipato papa Paolo IV, che nel 1559 pubblicherà l’Index librorum prohibitorum, quei libri che saranno vietati in quanto non conformi alla dottrina cattolica. 

 

Rino, nei documenti d’epoca.

 

 

1. A. Delacroix, Apologie de Guillaume de Nassau, Bruxelles-Leipzig, 1858.

- La seconda foto raffigura la Bibbia di Martin Lutero

Gli arabi giunsero in Spagna, attraversando lo Stretto di Gibilterra, nell’anno 711, sconfiggendo l’ultimo re visigoto spagnolo, Roderico. In poco tempo s’impadronirono di tutto il territorio, abitandolo fino al XV secolo, fino a quando, con la conquista di Granada nel 1492 da parte degli spagnoli, furono vinti quasi del tutto. Coloro che decisero restare furono obbligati a sottostare a determinate norme, che col passare degli anni s’indurirono.

Il 7 dicembre del 1526, Carlo I re di Spagna, che meglio conosciamo con il nome di Carlo V, emanò dei regolamenti, pragmatica sanctio, che i mori, tuttavia residenti nei territori iberici, dovevano rispettare.

Fra le altre cose leggiamo:

 

si vietava:

- vivere a meno 10 leguas (50 chilometri) dalla costa  - affinché non avessero opportunità di aiutare i pirati berberi -;

- circoncidersi;

- riscattare schiavi musulmani;

- portare armi;

- utilizzare nome arabi e chiamarsi mori fra loro.

 

si obbligava:

- sposarsi davanti un notaio veramente cristiano;

- pagare speciali tasse;

- mangiare carne uccisa da un vero cristiano;

- lavorare gratis un giorno all’anno nelle terre di un vero cristiano.

 

Rino, investigando.

L’elezione di Carlo V (1500-1558 ) a imperatore del Sacro romano impero non fu cosa facile. Fra gli avversari più forti che si opponevano a lui è da ricordare Francesco I, re di Francia che desiderava in qualunque modo e maniera essere preferito, giacché se Carlo fosse stato eletto, il suo regno si sarebbe trovato circondato dagli Asburgo e in continuo pericolo. In un primo momento Francesco sembrava avere l’appoggio dei più, di quasi tutti i sette elettori – gli arcivescovi di Magonza, Treviri e Colonia, il margravio del Brandeburgo, il duca di Sassonia, il conte del Palatinato renano e il re di Boemia -, e finanche del papa Leone X.

Eppure, Carlo V riuscì a ribaltare la campagna elettorale a suo favore tramite la corruzione, la propaganda e la minaccia di ricorrere alla forza. Fra i tanti particolari che risaltano alla vista ve n’è uno che più degli altri spicca: la banca Fugger gli diede un aiuto finanziario da non sottovalutare. Si dice che l’imperatore avesse investito nell’operazione oltre 835.000 fiorini, di cui il 65% proveniente proprio dai Fugger, mentre il restante 35% dai Welser - anch’essi finanziatori tedeschi - da banchieri di Genova e di Anversa.

C’è una figura che caratterizza la vita di Carlo V: la zia, quella zia che lo sosterrà sia durante l’elezione a imperatore, sia nei momenti difficili, zia che lui amava forse più della madre. Margherita d’Austria (1480-1530) era una donna di una rara intelligenza e di un’abilità diplomatica non comune, era inoltre governatrice dei Paesi Bassi. In una delle tante lettere scritte al nipote, possiamo leggere i consigli che codesta inviava al futuro imperatore:

 

Sire, la faccenda della Vostra elezione è stata a lungo discussa da noi e dai signori di Nassau e de la Roche e siamo effettivamente dell’opinione che vi siano due modi con cui potete volgere a Vostro favore la scelta degli elettori: il primo è il denaro […] e il secondo, Sire, è la forza. I francesi hanno chiaramente deciso di ottenere l’impero sia grazie al favore con cui è visto Francesco sia con il denaro e la forza. Quanto a quest’ultima, siamo informati che essi si stanno preparando dovunque. Carlo di Gheldria sta raccogliendo un gran numero di cavalieri e di fanti e ammassando un contingente armato dalla Bassa Germania. In altra direzione il re di Francia fa introdurre piccoli gruppi armati in Italia allo scopo, corre voce, di essere incoronato a Roma in caso di sua elezione o anche se le cose andassero diversamente. E, ancora, Francesco tratta assiduamente con gli svizzeri per unire queste forze con quelle del duca di Württemberg. Dal momento che Francesco intende usare la forza, deve essere affrontato con gli stessi mezzi. Noi crediamo, Sire, che dovreste organizzare un grande esercito da inviare in Rossiglione e un altro in Navarra. E inoltre dovreste trovare il modo di trattenere l’esercito della lega sveva sin dopo l’elezione […] e di convincere gli svizzeri. Facendo questo, Sire, la Vostra fama e la Vostra reputazione aumenteranno in tutta la Germania e questo gioverà ai Vostri affari e susciterà timore nei Vostri nemici. Da un lato trattenendo l’esercito della lega sveva, dall’altro servendoVi di un buon comandante in capo come Franz von Sickingen, potete fare sì che gli elettori non scelgano altro principe che Voi. (1)

 

Carlo V veniva eletto imperatore del Sacro romano impero nel 1519, aveva appena diciannove anni.

 

Rino, nei modi e costumi che persistono.

 

 

1. M. Le Glay, Négociations diplomatiques entre la France et l’Autriche, Paris, 1845, vol.II, pp.322-324

Il servizio militare lo assolsi a metà anni ‘80 nella bella cittadina di Salerno, all’89° Btg. Fanteria Salerno, nella celebre 1^ compagnia. Quando fu il mio turno d’impugnare un’arma, un fucile, mi tremarono le gambe al pensare che quello strumento fosse stato inventato per ferire e uccidere un altro essere umano. Restai per qualche secondo esitante, fino a quando il capitano impartì l’ordine di mirare e sparare, non potevo fare altro che eseguirlo. Confesso che mi sentii strano, l’arma pesava tanto da dolermi il corpo, la spalla, la mano. Ora, a distanza di circa 25 anni, cerco di immaginare i soldati del XVI secolo, caricando quei grandi e grossi aggeggi primitivi.

 

Anche le armi purtroppo hanno una loro storia, fanno parte della Storia, e di conseguenza sono elementi necessari per lo studio del passato, per comprendere – anche - l’evoluzione di un oggetto, di un’idea, di un evento.

L’archibugio, il cui nome deriva dal tedesco hackenbuchse, ovvero fucile a gancio, era un’arma da fuoco difensiva, ma anche offensiva, che vide la sua notorietà nei secoli XV e XVI: ricordiamo il Sacco di Roma del 1527 da parte dei Lanzichenecchi di Carlo V o la famosa battaglia di Pavia del 1525 in cui gli archibugieri spagnoli massacrarono la cavalleria francese di Francesco I, catturando addirittura lo stesso re.

Era dotato di una lunga e pesante canna che richiedeva un sopporto e spesso un servente, affinché si potesse sparare con una relativa rapidità e precisione. Col passare degli anni – siamo già alla fine del XVI sec. principi de XVII sec. - si migliorò fino a diventare un moschetto, più facile da adoperare e che diventerà la regina delle armi nei tempi a venire.

Caratteristica era l’accensione a miccia, più tardi sostituita con una piastra a ruota. Aveva una gittata di circa 50-60 mt., con poca precisione e con una cadenza di tiro di appena un colpo il minuto.

 

Rino, vagando fra le armi.

 
 

 

 
 

 

 

 

 

 

 

Difficile scrivere sulla guerra con un certo distacco, specialmente per coloro i quali, pur non  avendola vissuta, la disdegnano totalmente. Ciò non significa dover tralasciare il suo studio, il suo approfondire, il suo analizzare, giacché più si conosce, più si rifiuta.

Qualche mese fa ho letto un libriccino di Alessandro Barbero, La guerra in Europa dal Rinascimento a Napoleone, ed. Carocci, 2003, un interessante scritto che ripercorre 400 anni di lotte.

In poco più di 100 pagine, Barbero ci parla dell’evoluzione - se evoluzione si possa chiamare - del modo di fare guerra: dalla lancia dell’assoldato rinascimentale alla picca e all’archibugio della Guerra dei Trent’anni, sino al moschetto e al cannone dell’esercito napoleonico; così come delle fortificazioni e degli assedi che, col passare del tempo, diventarono inutili, in quanto la nuova artiglieria facilmente poteva avere ragione delle mura nemiche. L’autore approfondisce altresì il concetto dell’essere mercenario, della sua partecipazione alle battaglie, esaminando poi la nascita del primo esercito professionale dell’Antico regime.

Le guerre medievali erano guerre distruttive, ma limitate, spesso causate dalla volontà di un Signore di espandere il proprio territorio, poi seguirono quelle di religione, furiosi scontri fra cattolici e protestanti, senza dimenticare la già citata Guerra dei Trent’anni. Con Napoleone, invece, le battaglie si fecero più tecniche, quasi più moderne, dove le armi da fuoco, fra cui il cannone, diventano le principali protagoniste. I movimenti degli eserciti napoleonici sono studiati oramai da anni dagli strateghi di arte militare, in quanto le sue armate, perfettamente organizzate, riuscivano a essere nel luogo esatto nel momento indicato.

Un bel capitolo è dedicato ai costi, alle fortune, alle disgrazie. Ecco cosa riferisce sugli appalti:

 

“In un’epoca di guerra pressoché ininterrotta e di vistosa crescita degli apparati militari come quella di cui parliamo [n.d.r.: si riferisce al 1800], queste fortune militari raggiunsero un giro d’affari vertiginoso. Quasi mai i governi producevano in proprio ciò di cui abbisognavano e la procedura consueta consisteva nell’appaltare le forniture a un imprenditore. Tutti sapevano che l’intero sistema degli appalti e delle forniture era paurosamente corrotto, e che gli imprenditori realizzavano illegalmente giganteschi profitti; (…)”.

 

Un magnifico libro per capire che poco è cambiato.

 

Rino, aborrendo la guerra.

Un quadro, fotografia di un’epoca, per capire, studiare e analizzare come si viveva nell’Europa del ‘600. Continuiamo così l’iter iniziato con il buon Vermeer, di cui, tramite i suoi quadri, ci siamo preoccupati di esaminare la moda fiamminga del XVII sec.

Quello a piè di pagina è un dipinto del pittore olandese Jan Steen (1625-1679) - qui a lato in un autoritratto -, coevo di Rembrandt (1606-1669) e di Vermeer (1632-1675). L’artista si dedicava a dipingere abitualmente oggetti e scene della vita quotidiana, della vita familiare, domestica, rappresentando la realtà del momento. Questo tipo di pittura è chiamato Genere.

 

Dal titolo Gioiosa compagnia, il quadro rappresenta una ricca famiglia borghese olandese riunita attorno un tavolo. Vari particolari ci colpiscono, iniziamo con la frutta, uva e arancia - potrebbe essere autunno -, l’uccello esotico, sicuramente venuto dalle Nuove Terre, così come il tabacco nella pipa che un signore fa provare a un fanciullo. La signora in primo piano si riscalda i piedi con uno scaldino, tipico dell’epoca, mentre un domestico le serve agilmente del vino rosso. Da notare la lettera che sta leggendo la vecchietta seduta in una comoda ed elegante poltrona - poltrona prerogativa del padrone di casa -, indicando che lei sapeva leggere e scrivere. Tanti altri dettagli possono essere evidenziati: lo zampognaro che allieta l’ambiente con la sua musica, il cane, tipico della scena domestica, il capofamiglia che osserva e, pare, nello stesso tempo sonnecchia, …

Tutto sembra trascorrere serenamente, ma ricordiamo che anche in quell’epoca codeste riunioni familiari finivano in litigi, causati spesso da un eccessivo abuso di bevande alcoliche. Altra caratteristica di quegli anni era il decoro e la pulizia delle case del nord Europa, specialmente di quelle olandesi.

 

Rino, nell’Olanda del 1600.

 

Valletta, Malta, 21 febbraio 2008

 

 

Mia carissima Charlette,

 

ieri, seduto in questo stesso bar, ti ho scritto sui Cavalieri di Malta e sull’inatteso incontro con un tal Simon, mai più ritrovato.

Oggi pensavo al mio destino, al mio vagabondare, viaggiare, conoscere, a quella voglia innata in me di scoprire e studiare, che mi ha portato nei luoghi più remoti della Terra.

Ti dicevo dei miei viaggi, bene, dopo aver visitato a Siviglia, in quella Spagna che tu ami tanto quanto me, il Palazzo - museo della contessa di Lebrija, desidero raccontarti una meravigliosa scoperta che ha arricchito il pomeriggio di oggi: le splendide sale della casa Rocca Piccola, a Valletta.

Bighellonavo per Republic Street, quando al numero 74 mi soffermo a scrutare un singolare ingresso che dava in una sala piena di libri e oggetti che attirarono subito la mia attenzione. Tu conosci il mio essere curioso, cosicché entrai e mi lasciai guidare nella visita di quella preziosità, stanza dopo stanza, storia dopo storia, racconto dopo racconto.

La casa, oggi abitata da un’antica famiglia maltese, quella del nono marchese de Piro, Nicholas de Piro, prende il nome da don Pietro La Rocca, ammiraglio dell’Ordine Gerosolimitano della lingua d’Italia, primo proprietario.  Col passare degli anni, e non essendoci eredi in quella casata, l’edificio fu venduto e acquistato dai marchesi de Piro.

Oh, Charlette! quale gaudio per i miei occhi osservare una cassapanca, anzi la Cassapanca, che data, si dice, intorno al XIV secolo, adornata di croci maltesi; assaporare un lampadario di Boemia del XVIII sec.; per non dire di un bel dipinto, un autoritratto del pittore Antonio Favray del 1763: il tutto nella Sala Grande, la parte più alta della casa.

In tal modo, camminavo e osservavo, scrutavo, curiosavo qua e là, soffermandomi nella Cappella, che, oltre allo splendido altare con una pala raffigurante la Madonna col Bambino e San Gaetano, opera di Pietro Paolo Caruana, vi sono oggetti provenienti dalle collezioni vaticane del periodo di papa Pio X.

E l’archivio? Come descriverti un archivio ricco di documenti e ricordi familiari, di lettere e resoconti di transizioni, compra vendita di terre, di carichi di caffè, grano, riso, tessuti, di schiavi mussulmani. La lettura di codesti materiali ha portato a svelare che fu il Gran Maestro Perellos a nobilitare i de Piro nel 1716 col titolo di baroni, passando a marchesi nel 1742, grazie a Filippo V di Spagna. 

Gli intrecci della storia sono strani e curiosi, mia cara, che un avo del presente marchese, che si chiamava Giovanni de Piro, ebbe l’amministrazione di certe terre in Sicilia, ad Avola, vicino a Siracusa, dalla quale ne trasse prestigio e denaro tramite la commercializzazione dello zucchero.

Io ti immaginavo seduta nella portantina, in quella portantina gelosamente custodita in una delle stanze e risalente Frà Victor Nicolas de Vachon Belmont, un cavaliere francese e Capitano generale delle Galere fra il 1764 e il 1766. Bella a vedersi, ornata con il suo stemma, dipinta d’oro e riccamente decorata, è uno degli oggetti più rari della casa Rocca Piccola.

Ti ho già raccontato dei Cavalieri di Malta e della loro missione, quella di proteggere i pellegrini nella via verso Gerusalemme. Costoro costruirono anche un ospedale per la cura sia dei viaggiatori che di loro stessi, un ospedale che poteva accogliere fino a 600 pazienti. Ebbene, nella casa sono conservate alcune reliquie, alcuni strumenti medici in argento del XVIII sec., risalenti al regno del Gran Maestro francese Manuel de Rohan Polduc. I Cavalieri erano abili in alcune tecniche chirurgiche, essendo finanche in grado di operare la cataratta e rimuovere i calcoli.

Tanti quadri, tantissimi, adornano le pareti delle varie stanze. Ritratti dei marchesi de Piro, di quello di Sir Walter Scotto che visitò Malta nel 1831, di un raro e unico dipinto di Samuel Taylor Coleridge che abitò nell’isola nel 1804, oltre ad opere del pittore Mattia Preti, e tanti altri ancora che hanno deliziato la mia vista.

Così sbirciavo qua e là, assorto nei miei pensieri, quando di un tratto un gentile Signore si presentò: era il nono marchese de Piro, il dott. Nicholas de Piro. M’intrattenne piacevolmente parlandomi dei suoi avi, della casa, dei libri da lui scritti, fra cui desidero consigliarti uno degli ultimi, The Innocence of Ina, un volume dedicato a tutte le donne i cui nomi finiscono in Ina, Michelina, Evelina, Carmelina, ecc. È interessante perché racconta parte della loro vita, di quella vita madida della realtà dell’isola, nonché delle usanze e delle tradizioni.

Si fermò a chiacchierare con me per un buon periodo di tempo, sorprendendomi con i tanti aneddoti che seguiva narrandomi. Fu tanta la mia soddisfazione, che spero presto ritornare a parlare con lui e rivisitare quel gioiello che è la sua casa.

Uscii soddisfatto da quell’incontro, contento di aver ripercorso parte della storia di Malta, felice di sapere che esistono ancora oggi persone che perseguono la via della bellezza e dell’armonia.

Mia Charlette, qua fermo queste parole nella fugace speranza di non averti annoiata.

Ti prego, scrivimi quanto prima, desidero avere tue notizie. Raccontami del tuo viaggio in India.

Un forte abbraccio e un lungo bacio nella speranza di rivederci presto.

Tuo affezionato,

 

Rino.

In questi ultimi due mesi, abbiamo trattato argomenti che riguardano la moda, moda intesa come suggerimento che dovrebbe indurci a determinate riflessioni storiche. Partendo dalla maniera di vestire italiano del 1400, abbiamo percorso il XVIII secolo francese in due diversi post, uno che riguardava la moda prima della Rivoluzione e un altro che si occupava dell’abbigliamento dei nostri cugini dopo il 1789.
Adesso ritorniamo indietro di cento anni e ascoltiamo ciò che desidera dirci il buon Vermeer sulla sua Olanda.

Pittore olandese, Jan Vermeer (1632-1675) - qui a lato Donna con brocca -, di cui ho ampiamente parlato in Passeggiando per la storia dal 1200 al 1800, si dedicava a ritrarre la quotidianità, rappresentando, usualmente, la società borghese che, in quei tempi, fioriva.
L’Olanda, ottenuta l’indipendenza nel 1648 dalla Spagna, si ergeva a potenza economica europea, almeno sino al 1672, anno d’invasione delle truppe francesi di Luigi XIV.
Il nostro pittore, che si evidenzia per una perfetta resa luministica e un forte senso della composizione, nonché per gli accostamenti cromatici davvero sensibili, ritraeva quindi interni di case, scene familiari, figure femminili e maschili, il tutto con dovizia di particolari, particolari da cui possiamo dedurre, fra le altre cose, la moda dell’Olanda del XVII secolo.
Nelle seguenti selezioni di quadri, ho voluto risaltare qualche peculiarità degli indumenti femminili, come, per esempio, i colori, dal rosso al giallo, dal bianco crema all’azzurro, altresì la forma e i modelli. L’eleganza borghese olandese era ben nota, giacché il commercio dei tessuti era sviluppato e la ricchezza in cui versava l’Olanda lo permetteva.
A parte i colori vivi, possiamo sottolineare i ricami, gli orpelli, le rifiniture, insomma la preziosità dei capi femminili. Il tutto adornato, spesso, con cuffie, perle, gioielli.

Più o meno nello stesso periodo, in Francia – che diventa dagli inizi del XVII secolo centro della moda europea - spopolano, fra le altre cose, la giacchetta femminile detta brassière e nell’uomo la cravatta alla Steinkerque. Parigi si rivela la capitale dello stile, di quelle tendenze che saranno d’esempio fino ai giorni d’oggi. Siamo negli anni di Luigi XIII e, dopo, del Re Sole, Luigi XIV: la Francia ha voglia di conquiste.

Ognuno di noi potrebbe dettagliare meglio le immagini - o ricercarne altre - magari ricavandone particolari che spesso di primo acchito sfuggono, e che, invece, sono necessari per un’approfondita ricerca storica.

Rino, lavando panni.
 

 

I commenti in un blog sono parte essenziale, vitale, fondamentale, aiutano a far luce su determinati aspetti dell’articolo, apportano ulteriori notizie, servono come spunto di riflessione e civica discussione.

Ebbene, spesso e volentieri le annotazioni che mi lasciate dicono più del post in questione. Di seguito ne riporto alcuni, dei tanti, degli ultimi, che hanno attirato la mia attenzione. Li copio e li incollo così come sono.

 

Rino, rileggendo.

 

 

* Su  Le radici storiche dell’Europa:

 

- scrive Stefania B:

Sono pienamente d’accordo con te sui libri e la lettura. Io sono un’accanita sostenitrice della lettura “attiva” ovvero leggere spaziando tra generi e cercare di far proprio ciò che si legge, metabolizzandolo piano, riflettendoci, riportandolo nella propria vita: ne salta sempre fuori qualcosa di inaspettato e l’arricchimento non è solo intellettuale ma anche pratico.

La tua descrizione di questo libro mi incuriosisce molto, e di sicuro andrò a cercarlo per leggerlo. Credo, comunque, che non si possa limitare la radice Europea a due millenni, in quanto nella nostra storia Ancora adesso sono così forti le radici pre-romane e cristiane
ti auguro una radiosa giornata.

 

- scrive Ubaldo:

Hai suscitato i miei ricordi di studente, quando ad Agrigento fondammo un Circolo Interstudentesco Europeo, creammo un ciclostilato e operammo in comunione con un identico Circolo di Palermo. Allora il concetto d’Europa era visto come un sogno, oggi è una realtà, anche se ancora è lungi dal porsi come un soggetto alternativo ai potenti della terra. Ciao, Rino

 

 

* Su L’orologio di Chioggia nell’Italia del XIV sec.:

 

- scrive Dona:

Gli orologi delle torri e campanili mi piacciono in modo particolare, in tutti i posti in cui vado non manco di fotografarne… chissa’ perche’… forse semplicemente mi esprimono un senso di continuita’ tra passato e futuro.
un abbraccio
Dona

 

- scrive Michele:

Mi piace questo ricordo sull’orologio. Per secoli non era solo un riferimento culturale, religioso ma aveva la capacità di essere condiviso con chi viveva del lavoro dei campi, degli artigiani e il tempo dell’orologio era il tempo della loro vita lavorativa e non.
Dalle mie parti (Agnone) esiste ancora un orologiaio riparatore che ebbi a conoscere e devo dire dimostrava tutta la sua secolarità!
Ciao Michele

 

 

* Su: Il pane nella Parigi del settembre 1793:

 

- scrive Chirieleison: 

E’ emblematica la famosa frase attribuita erroneamente a Maria Antonietta quando chiedeva stupita alle sue dame perchè il popolo era in rivoluzione. E alla riposta “Maestà , non hanno pane” rispondeva “Perchè non mangiano i croissant!”
Ovviamente gli storici ci hanno largamente assicurato che M. Antonietta non ha mai pronunciato tali parole.
Ad ogni modo l’amore dei francesi per il pane sussiste ancora oggi e le famose baguettes che i parigini mangiano per strada appena sfornate ne sono la prova evidente.

 

- scrive Stefano:

Il celebre romanzo “I Promessi Sposi”, di Alessandro Manzoni, ci ricorda una situazione analoga, avvenuta realmente a Milano nel 1628 (chiaramente Manzoni vi ha costruito intorno una storia immaginaria, ma tutti i fatti menzionati nel libro, compresa la monaca di Monza Gertrude, sono realmente avvenuti ed esistiti).
La povertà l’ha conosciuta anche l’Italia fino al periodo della Seconda Guerra Mondiale.
Raccontava mio nonno di una Genova sconvolta, dilaniata dalle bombe… E per sopravvivere, rischiando la vita, andava a rubare il pane ai tedeschi.
Certamente questo non è molto collegabile all’insurrezione parigina, però dimostra che, fino a pochi anni fa, la povertà era cosa comune a tutti.

 

 

* Su: L’aulica corte di Rodolfo II:

 

- scrive Artemisia:

Quando ero alle elementari stilavo una “classifica dei desideri” e tra questi c’era sempre “essere una principessa nel Medioevo”.
Crescendo ho capito che qualsiasi epoca potrebbe essere buona per viverci se si fa parte di un ceto sociale che ti permette una vita dignitosa, meglio se si ha l’opportunita’ di studiare e di capire il mondo che ti circonda.
Non e’ questione di idee e ideologie, purtroppo quasi sempre e’ questione di vile denaro.

Artemisia, rivoluzionaria

 

 

* Su: Elisabetta e i suoi palazzi:

 

- scrive Damiani:

La regina di ferro aveva il suo bel da fare con tutte queste residenze da mantenere!

 

 

* Su: Costumi francesi del 1700, prima della Rivoluzione:

 

- scrive I Care:

Carissimo, sarebbe interessante ricostruire la storia anche attraverso i particolari, abiti, usanze, preparazione dei cibi. Certamente bene hai fatto nel commento a dire che quegli abiti erano riservati ai nobili che dovevano sottolineare (strombazzare) la loro ricchezza. Altrettanto interessante ricostruire il progressivo stato di subalternità dei nobili alla monarchia di Luigi XIV e Luigi XV proprio attraverso l’etichetta di corte (ovvero un’etica anch’essa sottomessa alla volontà del sovrano!), una subalternità che impoverì alcuni e rese docili come cagnolini da salotto la gran parte di coloro i cui genitori e nonni avevano attentato all’autorità regia con la fronda nobiliare!
Durante la fase rivoluzionaria, dopo il colpo di stato contro Robespierre, la nuova classe di potere, a cui appartenevano sia la jeunesse dorée che le cosiddette merveilleuses, dette il via ad una moda d’altra impronta, con la sfacciataggine del cosiddetto filo rosso attorno al collo per far riferimento ai morti per ghigliottina (tra le dame d’allora anche quella Josephine Beauharnais, amante di Barras, che di lei si sbarazzò cedendola al giovane ed ambizioso Napoleone).

Ritorniamo a parlare, per approfondire ancora un po’ il tema, dei costumi francesi del 1700, di come si vestivano in Francia prima della Rivoluzione.

Mentre agli inizi del 1700 i vestiti erano raffinati, ricercati, elaborati - si pensi che negli anni 60 e 70 si arrivò perfino a forme voluminose e ingombranti –, appena dopo la rivoluzione il modo di abbigliarsi cominciò a declinare, nel senso che il lusso e lo sfarzo furono messi da parte per dare spazio alla semplicità, alla popolarità, alla comodità.

I ricchi e fastosi costumi erano retaggio dei nobili e della corte che cercava nel vestito un modo di differenziarsi dal popolo e anche fra loro stessi. Ecco dunque che le donne indossavano pizzi e sete in estate e velluto in inverno, abiti largamente dettagliati, stringevano il corpo con un corsetto in modo da assottigliare il girovita il più possibile. Usualmente le stoffe erano leggere, ricamate, mentre il colore viola e rosa era quello maggiormente adoperato dalle signore. Le calze venivano ricamate a mano, all’uncinetto, spesso bianche, raramente colorate. Scarpe a tacco alto, di seta, in velluto, in pelle leggera, anch’esse riccamente abbellite. Gioielli in abbondanza. Caratteristica del ‘700 fu l’indebitarsi delle donne per comprare o farsi confezionare vestiti sempre più elaborati, ostentati, per mostrarli nei ricevimenti, nei balli, nelle riunioni: indicava il loro status symbol.

Proprio in quegli anni, particolarmente sotto Luigi XV (1710-1774),  epoca di grande raffinatezza, gli indumenti intimi divennero manufatti eleganti e costosissimi.

Negli altri paesi europei, come Spagna e Inghilterra, si seguiva la moda francese, tentando però di semplificarla al massimo.

Con la Rivoluzione francese del 1789, le idee e l’atteggiamento verso la vita cambiò. La nuova borghesia, la gente comune, ma anche i pochi nobili rimasti mutarono il loro abbigliarsi, ricercando ora la facilità e la naturalità. I vestiti si spogliarono di tutto il loro lusso per essere confortevoli, poco cari, ma nello stesso tempo popolari.

Ebbene, lascio qualche immagine della sontuosa moda francese prima della Rivoluzione.

 

Rino, jeans e maglietta.

 

 

- La prima immagine rappresenta un costume femminile del 1780.

- La seconda, un costume del 1740.

- La terza, Madame Pompadour, nel 1755.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Abbiamo già studiato qualche particolare della Rivoluzione francese, di quella Rivoluzione che particolareggiò il decennio della storia della Francia dal 1789 al 1799, Rivoluzione all’insegna del sangue, delle guerre, della libertà, dell’uguaglianza, della svolta sociale e politica, Rivoluzione che cambiò il modo di vedere e vivere la vita, Rivoluzione che influirà negli eventi europei del XIX secolo.

In questo articolo tratteremo di alcuni dei tanti personaggi che si evidenziarono durante quegli anni, nonché di due episodi che segnarono il rovesciamento della monarchia e di conseguenza dell’Ancien régime.

(Cliccare sulle immagini per vederle più grandi)

 

Luigi XVI (1754-1793):

era nipote di Luigi XV e marito dell’arciduchessa d’Austria, Maria Antonietta - figlia di Maria Teresa d’Austria. Quando salì al potere, la Francia era indebitata e impoverita da un’errata politica fiscale. Con il suo carattere debole e insicuro, non seppe: contenere le ulteriori spese del regno, varare buone leggi tributarie, imporsi ai suoi ministri e tenere contenta la nobiltà. La crisi peggiorò quando riunì gli Stati Generali nel 1789, producendosi una frattura fra il re, il clero, la nobiltà e il Terzo stato. Morì ghigliottinato nel 1793 insieme alla moglie.

 

Giuramento della Pallacorda:

nella storica giornata del 20 giugno 1789, i rappresentanti del Terzo stato, circa seicento deputati, riuniti appunto nella sala della Pallacorda del palazzo di Versailles, giurarono di dare una nuova costituzione alla Francia.

 

Presa della Bastiglia:

la Bastiglia era una fortezza, costruita tra il 1370 e il 1382, nel sobborgo a est di Parigi, dove erano reclusi i prigionieri di stato. Era, dunque, simbolo del governo dispotico dei Borbone. Il 14 luglio 1789 fu presa d’assalto e incendiata da una folla capace di tutto.

 

Jean-Paul Marat (1743-1793):

figura di spicco della Rivoluzione, fu a capo dei giacobini con Robespierre e Danton. Marat accusò i politici moderati di tradimento, aizzando il popolo contro di loro. Sottolineò, nel frattempo, l’importanza di misure dittatoriali per preservare le idee rivoluzionarie. Fu assassinato il 13 luglio 1793 da Carlotta Corday, sostenitrice dei girondini, che, riuscendo a entrare a casa sua, lo pugnalò.

 

Maximilien de Robespierre (1758-1794):

fu uno dei personaggi politici più controversi della Rivoluzione francese. Fedele ai nuovi ideali, spinse le sue idee fino al fanatismo e all’intransigenza a tal punto da essere il maggiore responsabile del regime del Terrore. Era un seguace delle dottrine del filosofo francese Jean-Jacques Rousseau. Si batté per la libertà di stampa, il suffragio universale e l’istruzione gratuita e obbligatoria. Arrestato, fu ghigliottinato il 28 luglio 1794.

 

Georges-Jacques Danton (1759-1794):

la sua dote carismatica lo portò a essere uno dei protagonisti della Rivoluzione. Divenne presidente del club dei cordiglieri anche grazie alla grande abilità oratoria. Durante le guerre contro la Coalizione